La splendida “Venere di Urbino” di Tiziano Vecellio, un capolavoro dipinto dal celebre pittore veneziano nel 1538 per il signore di Urbino Guidobaldo della Rovere. Secondo la tradizione, la bellissima donna rappresentata sarebbe una cortigiana veneziana e in effetti il suo sguardo ammiccante e sensuale può essere facilmente collegato ad “un’ esperta d’amore”.
A Venezia il fenomeno delle cortigiane era ben tollerato e a volte addirittura incentivato, per paura dell’omosessualità. Secondo un censimento del 1509 se ne contavano 11.164 e, dalla prima metà del ’300, le cortigiane erano obbligate ad abitare in un quartiere vicino a Rialto chiamato “il Castelletto” dove c’era un ponte detto “delle tette” perché da sopra questo ponte le cortigiane si affacciavano con i seni scoperti per allettare i passanti.
Attività e comportamenti delle cortigiane erano minuziosamente regolati dalla Repubblica di Venezia: alla sera le meretrici dovevano rientrare a casa pena una multa e 10 frustate e rischiavano 15 frustate se avvicinavano uomini nel periodo di Natale, della Pasqua e altri giorni sacri. C’erano due categorie di cortigiane: quelle di basso rango, che vivevano in casa malsane frequentate dal popolino, e quelle d’alto rango, che erano invidiate soprattutto dalle nobildonne, schiave di mille regole, per la libertà che esse godevano e per le importanti amicizie che potevano assicurarsi. Esisteva per esse una sorta di registro, utile soprattutto per gli stranieri che visitavano la città, in cui si trovavano nomi, tariffe e arti, come la danza e la musica, in cui le varie cortigiane eccellevano.

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